Dr. Ivo Pulcini
Ci sono due tipi di disturbi: funzionali e organici.
Sono esperto in quelli funzionali, POSTURALI, come il mal di schiena e li risolvo in 4 sedute con la Medicina Manuale, un atto medico di diagnosi e terapia.
21/09/2026
Grazie di cuore a tutti per i graditissimi auguri per il nostro sesto anniversario di matrimonio.
CAPITOLO 19 – MICHOU!
LA CASSAFORTE DEL MIO CUORE. IL NOME SEGRETO.
Il segreto che non avevo mai raccontato fino in fondo
19 settembre 2026
Oggi Elena ed io festeggiamo sei anni di matrimonio.
E oggi mantengo una promessa.
Da tempo avevo annunciato a lei e ai tanti amici che mi seguono che proprio il 19 settembre avrei aperto una cassaforte rimasta chiusa per più di trent’anni.
Qualcuno, forse, si sarà aspettato uno scoop.
Una rivelazione clamorosa.
Un segreto inconfessabile.
Mi dispiace deludere gli appassionati degli scandali.
Non ho avuto una doppia vita.
Non c’è una storia clandestina da confessare.
Il mio segreto è molto più semplice.
E, per me, infinitamente più grande.
È una storia che per molti anni non è accaduta fuori di me.
È accaduta dentro di me.
È la storia di uno sguardo.
Di un rossore incontrollabile.
Di una frase che non ebbi il coraggio — e soprattutto il diritto — di pronunciare.
Di un fiore che non potevo cogliere e che, proprio per questo, decisi di non toccare.
È la storia di una donna che entrò nel mio cuore molto prima di entrare nella mia vita.
Quella donna era Elena.
E oggi, finalmente, giro la chiave.
DIETRO UNA COLONNA
Nella vita ho incontrato migliaia di persone.
Pazienti, colleghi, studenti, campioni dello sport, uomini e donne famosi.
Ho parlato davanti a grandi platee. Ho affrontato situazioni nelle quali bisognava decidere in pochi secondi, mantenendo lucidità e controllo.
Pensavo, insomma, di conoscermi abbastanza bene.
Poi, un giorno, vidi Elena.
E scoprii che non mi conoscevo affatto.
Il mio studio era affollato. Telefoni, cartelle cliniche, persone che entravano e uscivano. La normale confusione di una giornata di lavoro.
A un certo punto, quasi nascosta dietro una colonna, vidi una donna.
Non so spiegare razionalmente ciò che accadde.
So soltanto che la vidi.
E diventai rosso.
Ma rosso davvero.
Mi sentii avvampare il viso come un peperone.
Io, medico adulto, abituato a controllare emozioni ben più drammatiche, fui colpito da una sorta di improvvisa e incontrollabile rubeola pudica che avrei attribuito più facilmente a un adolescente davanti al primo innamoramento.
Per fortuna non esiste uno strumento capace di misurare la temperatura dei sentimenti.
La mia, in quell’istante, sarebbe andata fuori scala.
La guardai.
E dentro di me comparve una frase nitida, assurda, assoluta:
«È lei. È la donna della mia vita.»
Ancora oggi mi sorprende scriverlo.
Io, che per mestiere ho sempre diffidato delle diagnosi formulate senza anamnesi, quel giorno feci la diagnosi più azzardata della mia esistenza dopo un solo sguardo.
E non l’ho mai più cambiata.
Poi la realtà bussò alla porta.
Elena entrò nel mio studio.
Con suo marito.
E con la loro bambina.
In pochi secondi tornai a essere ciò che dovevo essere.
Il medico.
Il professionista.
L’uomo consapevole dei propri limiti e dei propri doveri.
Ma il corpo continuava a tradirmi.
Ogni volta che incrociavo il suo sguardo sentivo il viso incendiarsi.
Così feci una cosa che, ancora oggi, mi fa sorridere.
Quasi le voltai le spalle.
Avrà forse pensato che fossi freddo, distratto, perfino maleducato.
Era esattamente il contrario.
Avevo paura che il mio viso raccontasse ciò che avevo già deciso di non dire.
A nessuno.
Neppure a lei.
Forse neppure a me stesso.
Mi rifugiavo nelle carte, negli strumenti, nella scrivania. In qualunque cosa mi permettesse di non guardarla troppo a lungo.
Chissà.
Forse Elena, quel giorno, avrà pensato:
«Ma che medico strano.»
Non poteva sapere che, a pochi passi da lei, c’era un uomo impegnato nella più difficile operazione di autocontrollo della sua vita.
Non accadde nulla.
E non doveva accadere nulla.
Eravamo dentro le nostre vite.
C’erano famiglie.
Figli.
Affetti.
Responsabilità.
Confini da rispettare.
E io li rispettai.
Ma quella sera, tornando a casa, sapevo una cosa.
Avevo incontrato una donna che non avrei cercato.
Che non avrei corteggiato.
Che non avrei inseguito.
E che non avrei più dimenticato.
IL FIORE CHE NON POTEVO COGLIERE
Non sempre amare significa prendere.
Qualche volta significa esattamente il contrario.
Fermarsi.
Tacere.
Fare un passo indietro.
Rispettare la vita dell’altro.
Proteggere perfino la persona amata da un sentimento che, in quel momento, non ha il diritto di diventare una storia.
Pensai allora a Elena come al fiore più bello che avessi mai incontrato.
Il più bel fiore del Paradiso.
Ma era un fiore che non potevo cogliere.
E se non potevo coglierlo, almeno non lo avrei calpestato.
Così deposi quel sentimento nel luogo più segreto che possedevo.
La cassaforte del mio cuore.
Chiusi la porta.
Girando la chiave due volte.
E, almeno nella mia immaginazione, la gettai così lontano da non poterla più ritrovare.
Elena non seppe nulla.
Nessuno seppe nulla.
Io continuai la mia vita.
Lei continuò la sua.
E imparai una delle cose più misteriose dell’esistenza:
si può custodire dentro qualcosa di enorme mentre il mondo continua tranquillamente a girare.
Si può lavorare.
Sorridere.
Curare.
Insegnare.
Viaggiare.
Essere presenti nella vita degli altri.
E conservare, dentro di sé, una stanza che nessuno conosce.
SEDICI ANNI
Passarono gli anni.
Uno.
Cinque.
Dieci.
Quindici.
Sedici.
Sedici anni sono lunghi.
Cambiano i volti, le case, le abitudini.
Alcune persone scompaiono dalla nostra strada.
Altre arrivano.
Ma esistono immagini che il tempo non riesce a scolorire.
Ogni tanto tornava davanti ai miei occhi quella donna dietro una colonna.
E con lei il ricordo di quel medico assurdo che, pur di non farsi scoprire, faceva di tutto per non guardarla.
Poi, un giorno, entrò nel mio studio una signora dolcissima.
Era la madre di Elena.
Venne come paziente.
La visitai.
Parlammo.
Una conversazione normale.
Finché pronunciò quel nome.
Elena.
E mi disse che la vita di sua figlia era cambiata.
Elena si era separata.
Ricordo ancora la sensazione.
Fu come sentire bussare alla porta di una stanza che credevo murata.
Una volta.
Piano.
Non accadde nulla.
Ma capii che la cassaforte esisteva ancora.
E che, dentro, quel fiore non era appassito.
Era rimasto semplicemente al buio.
Per sedici anni.
IL CAFFÈ CHE NON ABBIAMO MAI BEVUTO
A volte le svolte più importanti della vita arrivano travestite da cose insignificanti.
La nostra arrivò sotto forma di una tazzina.
Un caffè.
Che cosa poteva esserci di più innocente?
Quando finalmente Elena si trovò seduta accanto a me in macchina, scoprii però che sedici anni non avevano risolto affatto il problema.
Lo avevano aggravato.
Io, capace di parlare davanti a centinaia di persone, non sapevo più che cosa dire.
Forse parlavo troppo.
Forse troppo poco.
Sicuramente male.
Fissavo la strada con l’attenzione di un pilota impegnato in una finale mondiale, quando il vero pericolo per il mio equilibrio emotivo era seduto accanto a me.
Elena.
Ancora lei.
Ed ero ancora io: un uomo adulto che, davanti a quella donna, tornava improvvisamente ragazzo.
Poi arrivò la frase.
La ricordo ancora:
«ALT, DOTTORE! SI FERMI QUA E MI FACCIA SCENDERE!»
Alt.
Dottore.
Si fermi.
Mi faccia scendere.
Quattro colpi.
Fermai la macchina.
La portiera si aprì.
Elena scese.
E io rimasi lì.
Immobile.
Esistono momenti nei quali basterebbero dieci secondi di coraggio per cambiare una storia.
Quello era uno di quei momenti.
Avrei dovuto scendere.
Raggiungerla.
Dirle:
«Elena, aspetti.»
Avrei dovuto spiegarle che quella mia goffaggine non era freddezza.
Era esattamente il contrario.
Che non riuscivo a essere naturale perché avevo atteso troppo a lungo quel momento.
Che dietro quel medico impacciato c’era un uomo completamente disarmato.
Ma non lo feci.
La vidi allontanarsi.
La portiera si richiuse.
E quel rumore mi rimase dentro.
Avevo aspettato sedici anni.
La vita me l’aveva rimessa accanto.
E io ero riuscito soltanto a farla scendere dalla mia macchina.
Quel caffè non lo bevemmo.
Oggi posso sorriderne.
Allora no.
Pensai di aver perso l’unica occasione che la vita mi aveva concesso.
La cassaforte tornò a chiudersi.
E passarono altri tre anni.
ALTRI TRE ANNI
Tre anni, dopo sedici, sembrano poca cosa.
Ma quando si aspetta qualcosa senza sapere se arriverà mai, tre anni possono essere lunghissimi.
Non ci fu nessuna strategia.
Nessun inseguimento.
La vita continuò.
Io lavoravo, curavo, insegnavo, viaggiavo.
Elena viveva la sua vita.
E quel caffè mancato rimase sospeso fra noi come una frase interrotta.
Ogni tanto ripensavo a quella portiera e mi domandavo come fosse possibile che un uomo capace di affrontare tante situazioni difficili si fosse arreso così facilmente davanti a una donna.
Forse l’amore possiede proprio questa ironia.
Ci rende forti davanti al mondo.
E vulnerabili davanti a una sola persona.
Poi, dopo tre anni, accadde qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto programmare.
Questa volta non fui io a cercare Elena.
Fu la vita a riportarla da me.
Quasi fisicamente.
IL VESTITO ROSSO
Elena ebbe un incidente proprio nei pressi del mio studio.
E venne da me.
Dopo tre anni.
Quando entrò, la vidi.
Indossava un vestito rosso.
Rosso.
Proprio quel colore.
Il colore del mio viso la prima volta che l’avevo vista dietro una colonna.
Per un istante pensai che la vita dovesse avere uno strano senso dell’umorismo.
Dopo diciannove anni dal nostro primo incontro, Elena tornava davanti a me vestita del colore del mio antico imbarazzo.
Sedici anni.
Poi un caffè mai bevuto.
Poi altri tre.
Diciannove.
La visitai.
E durante la visita non esistette altro.
Ero il medico.
Lei aveva bisogno del medico.
Professione, responsabilità e rispetto sono confini che considero sacri.
Poi la visita terminò.
Elena si avviò verso l’uscita.
E improvvisamente rividi la scena di tre anni prima.
Una donna che se ne andava.
Una porta che stava per chiudersi.
E me, fermo.
La vita sembrava ripropormi la stessa domanda:
Che cosa farai questa volta?
ALLA PORTA
L’accompagnai verso l’uscita.
Pochi passi.
Eppure dentro di me attraversai diciannove anni.
La colonna.
Il mio rossore.
Quella frase mai pronunciata.
Sedici anni di silenzio.
Sua madre.
Il caffè.
La macchina.
«Alt, dottore.»
Una portiera che si chiude.
Tre anni.
L’incidente.
Il vestito rosso.
E adesso lei era nuovamente davanti a una porta.
La prudenza diceva:
«Fermati.»
La ragione diceva:
«Attento.»
Ma dentro di me c’era una paura ancora più forte.
Vederla andare via di nuovo.
Sentire un’altra porta chiudersi.
Perdere, per la seconda volta, la donna che dopo diciannove anni non ero riuscito a dimenticare.
E allora accadde.
IL BACIO
Non so spiegare esattamente come.
Forse perché alcuni gesti non nascono da un ragionamento.
Nascono da una vita intera compressa in pochi secondi.
La baciai.
Fu improvviso.
Inaspettato.
Nessuno dei due l’aveva programmato.
E in quel bacio precipitarono diciannove anni.
Il primo sguardo.
La colonna.
Il mio viso rosso.
Il fiore che non potevo cogliere.
La cassaforte.
Il silenzio.
Il caffè mai bevuto.
La portiera.
L’attesa.
L’incidente.
Quel vestito rosso.
Tutto.
Non sapevo se stessi precipitando o volando.
Forse, in certi momenti, le due sensazioni si assomigliano.
Quel bacio non cancellava la complessità della vita.
Non trasformava tutto in una favola.
Ma diceva finalmente una verità.
Ciò che avevo creduto di aver sepolto non era morto.
Aveva aspettato.
Diciannove anni.
E la cassaforte del mio cuore si era aperta.
Non con una chiave.
Con un bacio.
LE FAVOLE FINISCONO CON UN BACIO. LA VITA COMINCIA
Le favole finiscono quasi sempre con un bacio.
La vita vera, invece, spesso comincia proprio da lì.
Dopo arrivarono le domande.
Le paure.
Le decisioni.
I momenti difficili.
Perché amare veramente una persona non significa soltanto desiderarla.
Significa anche domandarsi:
«Sarò capace di rendere migliore la sua vita?»
Il bacio aveva aperto la cassaforte.
Adesso bisognava imparare a vivere ciò che ne era uscito.
E io sentivo di dover fare una cosa.
Quel caffè mancato non poteva essere recuperato sedendoci semplicemente al primo bar.
Dopo diciannove anni non volevo offrirle una tazzina.
Volevo offrirle un ricordo.
Volevo dirle, senza bisogno di grandi discorsi:
«Tu, per me, non sei una cosa qualunque.»
E pensai alla Francia.
NON PIÙ UN BAR
La Francia è la mia seconda patria.
È la terra di Papichou, il dottor Jean Serbat, medico speciale e padre putativo.
È un pezzo della mia giovinezza, della mia formazione, dei miei affetti.
Portare Elena in Francia significava farla entrare in una parte profonda della mia storia.
Così chiesi aiuto a Kikkinou, Cristina, una delle mie quattro sorelle francesi che viveva a Parigi.
Le dissi che cercavo qualcosa di speciale.
Non un bar.
Di bar ne avevo già cercato uno, con risultati memorabili.
Questa volta volevo fare le cose per bene.
Cristina capì.
Prenotò per noi uno dei migliori hotel a cinque stelle di Parigi.
Cinque stelle.
Ma nella mia testa erano già sei.
Perché la sesta non sarebbe comparsa sull’insegna.
La sesta era Elena.
SEI STELLE
Non volevo impressionarla.
Volevo emozionarla.
Non volevo mostrarle ciò che potevo offrirle.
Volevo mostrarle una parte di ciò che ero.
La Francia.
Papichou.
Parigi.
La mia memoria.
E finalmente potevo fare ciò che diciannove anni prima non ero riuscito a fare.
Guardarla.
Davvero.
Senza nascondermi dietro una cartella clinica.
Senza voltarle le spalle.
Senza rifugiarmi dietro un volante.
Potevo guardarla negli occhi senza temere che il mio viso tradisse il cuore.
Perché ormai il cuore non aveva più nulla da nascondere.
Ed Elena, nella mia fantasia, acquistò perfino un altro nome.
Un nome soltanto nostro.
Michou.
Non chiedetemi una spiegazione razionale.
Esistono soprannomi che nascono dalla logica.
E altri che nascono dall’amore.
Michou appartiene decisamente alla seconda categoria.
Da allora, in una stanza segreta del mio cuore, Elena ha avuto due nomi.
Quello con cui la chiama il mondo.
E quello con cui la chiama il mio amore.
Elena.
Michou.
La mia principessa francese.
L’AMORE NON È UNA FAVOLA
Dopo Parigi arrivò la vita vera.
E la vita vera è più complicata delle favole.
Ci furono ostacoli, timori, decisioni difficili.
Perché l’amore che resta soltanto entusiasmo è meraviglioso, ma fragile.
Quello che attraversa la quotidianità deve imparare altre parole.
Pazienza.
Cura.
Perdono.
Complicità.
La capacità di cambiare.
L’arte difficilissima di restare due persone senza smettere di essere una coppia.
Elena non è semplicemente entrata nella mia vita.
L’ha trasformata.
Mi ha dato serenità senza spegnere il mio entusiasmo.
Ordine senza imprigionare la mia libertà.
Eleganza senza togliermi la spontaneità.
Mi accompagna.
Mi incoraggia.
Mi corregge.
Mi protegge.
Qualche volta mi rimette persino in ordine prima di uscire di casa, perché lasciato solo davanti all’armadio potrei compromettere in pochi minuti una reputazione costruita in ottant’anni.
Ma soprattutto mi ha regalato qualcosa che nessun titolo, nessun riconoscimento, nessun successo professionale e nessuna automobile potranno mai comprare.
La sensazione di essere a casa quando lei è accanto a me.
Forse l’amore è anche questo.
Non trovare qualcuno con cui abitare.
Trovare qualcuno che diventa casa.
IL 19
E poi c’è lui.
Il 19.
Non sono diventato improvvisamente un cultore della cabala.
Resto medico.
Credo nella scienza, nei fatti, nelle cause dimostrabili.
Ma qualche volta persino un medico può concedersi il lusso di sorridere davanti alle coincidenze.
Elena, da ragazza, abitava al civico 19.
Oggi noi abitiamo al numero 19.
Ci siamo sposati il 19 settembre.
Questa storia è il Capitolo 19.
Dal nostro primo incontro al momento in cui la vita ci riportò davvero uno davanti all’altra passarono diciannove anni.
Sedici.
Un caffè mai bevuto.
Altri tre.
Diciannove.
Pensavo fosse già abbastanza.
Poi mi sono ricordato di una cosa talmente semplice da essere rimasta, per tutta la vita, sotto i miei occhi.
Mi chiamo Ivo.
Sant’Ivo si festeggia il 19 maggio.
Il mio onomastico.
Ancora 19.
Confesso che questa volta sono rimasto in silenzio.
Perché avevo sempre pensato che il 19 fosse entrato nella mia vita con Elena.
E invece no.
Era già lì.
Prima del nostro matrimonio.
Prima della nostra casa.
Prima della nostra storia.
Era scritto persino nel mio nome.
Una coincidenza fa sorridere.
Due incuriosiscono.
Tre fanno pensare.
Poi, a un certo punto, conviene smettere di contare.
Non so se i numeri abbiano memoria.
Non so se il destino tenga un’agenda.
E non so se qualcuno, lassù, si diverta ogni tanto a lasciare piccoli indizi lungo il nostro cammino.
So soltanto che certe coincidenze, quando le guardiamo dopo tanti anni, smettono quasi di sembrare coincidenze.
Somigliano a carezze.
E allora mi piace pensare una cosa.
Io credevo di aver incontrato il 19 grazie a Elena.
Forse, invece, il 19 mi stava aspettando da sempre.
19 SETTEMBRE 2020
Anche il giorno del nostro matrimonio arrivò quasi come un regalo.
Il 19 settembre 2020 una coppia rinunciò alla propria data.
Noi potemmo subentrare.
Ancora il 19.
Le fotografie raccontano una giornata bellissima.
Gli amici.
Gli abiti.
I sorrisi.
La festa.
Qualcuno parlò di favola.
Ma nessuna fotografia poteva mostrare ciò che c’era dietro.
Dietro quel matrimonio c’era una donna apparsa tanti anni prima dietro una colonna.
C’era un uomo diventato rosso come un ragazzo.
Una frase pronunciata soltanto dentro di sé:
«È lei.»
C’erano sedici anni di silenzio.
Una madre che, senza saperlo, aveva bussato alla porta di una cassaforte.
Un caffè mai bevuto.
Una portiera che si chiudeva.
Altri tre anni.
Un incidente.
Un vestito rosso.
Una porta.
Un bacio.
La Francia.
Papichou.
Kikkinou.
Parigi.
Cinque stelle diventate sei.
E poi, finalmente, noi.
Forse è questo che rende preziose certe fotografie.
Non soltanto ciò che mostrano.
Ma tutto quello che soltanto noi sappiamo esserci dietro.
IL SEGRETO
Ed eccoci allo scoop che avevo promesso.
È tutto qui.
Elena conosce la nostra storia.
Conosce gli anni trascorsi insieme.
Conosce le difficoltà.
Conosce il nostro matrimonio.
Ma forse non ha mai saputo fino in fondo quanto indietro nel tempo fosse nato ciò che provavo per lei.
Forse non ha mai saputo quanto mi avesse sconvolto il nostro primo incontro.
Quanto mi fossi sentito ridicolo, disarmato, quasi adolescente.
Quanto a lungo avessi custodito quel sentimento.
Quanto pesasse la porta di quella cassaforte.
E quanto forte battesse ciò che avevo chiuso dall’altra parte.
Il mio segreto è questo.
Elena,
io ti ho amata molto prima che tu potessi immaginarlo.
Ti ho amata quando non potevo dirtelo.
Quando non era giusto dirtelo.
Quando amare significava soprattutto rispettare.
Ti ho amata abbastanza da tacere.
Abbastanza da non interferire nella tua vita.
Abbastanza da non chiederti nulla.
Poi, quando la vita ci ha rimessi finalmente uno davanti all’altra, ti ho amata abbastanza da avere paura.
Perché qualche volta non abbiamo paura di ciò che non desideriamo.
Abbiamo paura proprio di ciò che desideriamo di più.
Perché perderlo farebbe troppo male.
A ELENA
Elena,
questo è il Capitolo 19.
Forse non avrebbe potuto avere un altro numero.
Ma nessun numero potrà mai raccontare davvero ciò che sei diventata per me.
Per molti anni sei stata il fiore che non potevo cogliere.
Poi il fiore che temevo di perdere.
Oggi sei molto di più.
Sei il giardino nel quale vorrei continuare a camminare per tutto il tempo che la vita vorrà regalarci.
Ho trascorso la mia esistenza professionale occupandomi di cuori.
Li ho ascoltati con il fonendoscopio.
Studiati sui libri.
Osservati negli elettrocardiogrammi.
Li ho visti accelerare.
Rallentare.
Soffrire.
Ho cercato di proteggerli.
Qualche volta ho contribuito a salvarli.
Eppure il cuore che mi ha insegnato la lezione più difficile è stato proprio il mio.
Nessun manuale mi aveva spiegato che un cuore può riconoscere qualcuno prima ancora che la ragione sappia perché.
Nessuna università mi aveva insegnato che si può diventare rossi come adolescenti davanti a una donna.
Nessun trattato mi aveva spiegato che un sentimento può restare chiuso per anni dentro una cassaforte e continuare, nel buio, a vivere.
E nessun maestro mi aveva insegnato che, qualche volta, il gesto d’amore più grande non consiste nello stringere una persona.
Consiste nel rispettarla.
Nel tacere.
Nell’aspettare.
Io ti ho aspettata senza sapere di aspettarti.
Ho creduto di averti dimenticata senza averti mai dimenticata.
Ho pensato che quella porta fosse chiusa per sempre.
E invece la vita, con una fantasia che supera quella di qualunque romanziere, un giorno ti ha riportata davanti a me.
Dopo sedici anni.
Dopo un caffè mai bevuto.
Dopo altri tre.
A causa di un incidente proprio vicino al mio studio.
Con un vestito rosso.
Rosso come il mio viso la prima volta che ti vidi.
Quasi che la vita volesse chiudere un cerchio.
Quella volta, però, non c’era una portiera d’automobile a separarci.
C’era la porta del mio studio.
E davanti a quella porta, finalmente, non rimasi immobile a guardarti andare via.
Ti baciai.
E in quel bacio finirono diciannove anni di silenzio.
Se oggi potessi tornare in quello studio affollato e incontrare l’uomo che ero allora, mentre cerca disperatamente di non guardarti, gli metterei una mano sulla spalla.
E gli direi:
«Non avere paura di essere diventato rosso.
Non vergognarti di ciò che senti.
Non fare nulla che possa ferire qualcuno.
Rispetta.
Taci.
Aspetta.
La strada sarà molto più lunga di quanto immagini.
Passeranno sedici anni.
La vita ti offrirà persino un caffè e riuscirai, con una goffaggine memorabile, a non berlo.
Lei scenderà dalla macchina.
Tu resterai fermo.
Penserai di averla perduta.
Passeranno altri tre anni.
Poi un giorno la vita te la riporterà davanti.
Entrerà nel tuo studio con un vestito rosso.
La visiterai da medico.
La accompagnerai alla porta.
E questa volta non resterai immobile.
La bacerai.
Poi portala nella tua Francia.
Falle conoscere una parte della tua storia.
Chiedi a Cristina di aiutarti.
Trova un luogo bellissimo.
Ma ricordati che cinque stelle non basteranno.
Perché la sesta sarà lei.
Elena.
La tua Michou.
La donna che avevi riconosciuto prima ancora di conoscerla.
E un giorno sarà tua moglie.
Vi sposerete il 19 settembre.
Vivrete al civico 19.
Scriverai questa storia nel Capitolo 19.
E, soltanto allora, ti accorgerai che il 19 ti accompagnava da prima di lei.
Perché Sant’Ivo si festeggia il 19 maggio.
Forse il 19 non lo hai scelto tu.
Forse è lui che, da sempre, stava aspettando voi.»**
Oggi capisco perfino quel caffè mancato.
Forse non era ancora il nostro momento.
Forse dovevamo perderci ancora una volta per poterci ritrovare davvero.
Forse quella tazzina rimasta vuota non fu un’occasione perduta.
Fu semplicemente un appuntamento rimandato.
La vita, evidentemente, aveva preparato qualcosa di molto più grande di un caffè.
Una casa.
Viaggi.
Risate.
Discussioni.
Complicità.
Mani da stringere.
Occhi nei quali riconoscersi.
Una quotidianità.
Una vita.
Noi.
Oggi la cassaforte è aperta.
Non contiene oro.
Non contiene gioielli.
Non contiene segreti inconfessabili.
Contiene una donna dietro una colonna.
Il volto di un uomo diventato improvvisamente rosso.
Sedici anni di silenzio.
Una tazzina mai riempita.
Una portiera che si chiude.
Tre anni ancora.
Un incidente.
Un vestito rosso.
Una porta.
Un bacio.
La Francia.
Parigi.
Papichou.
Kikkinou.
Cinque stelle diventate sei.
Un 19 settembre.
E una certezza.
Il più bel fiore del Paradiso, quello che un giorno pensai di poter soltanto guardare da lontano, non è rimasto chiuso nella mia cassaforte.
È uscito alla luce.
È diventato la donna che cammina accanto a me.
È diventato serenità.
È diventato amore.
È diventato casa.
Ha un nome.
Elena.
E ha anche un nome che appartiene soltanto al nostro piccolo mondo.
Michou.
Quel caffè non l’abbiamo mai bevuto.
E va bene così.
Perché se tutto fosse andato liscio quel giorno, forse avremmo soltanto il ricordo di una tazzina presa insieme.
Invece la vita ci ha regalato qualcosa di infinitamente più prezioso.
Ci ha regalato noi.
E allora oggi, amore mio, non voglio offrirti un caffè.
Voglio offrirti quello che ho custodito per una vita.
Il mio cuore.
La mia gratitudine.
La mia tenerezza.
La mia memoria.
I miei anni.
E tutti quelli che ancora ci saranno concessi.
Buon anniversario, Elena.
Buon 19.
Buon anniversario alla mia principessa francese.
Alla mia Michou.
Alla donna che ho riconosciuto prima ancora di conoscerla.
Alla donna che per anni non potevo guardare proprio perché guardarla significava tradirmi.
Alla donna che non seppi fermare quel giorno in macchina.
Alla donna che, tre anni dopo, la vita mi riportò davanti vestita di rosso.
Alla donna che accompagnai alla porta del mio studio e che, finalmente, non lasciai andare via senza ascoltare ciò che il mio cuore sapeva da diciannove anni.
Oggi quel luogo speciale non è Parigi.
Non è un hotel a cinque stelle.
Non è neppure la Francia.
Quel luogo sei tu.
Perché ovunque sei tu, Elena, io sono a casa.
E se davvero esiste un destino capace di giocare con i numeri, questa volta non gli chiedo spiegazioni.
Gli dico soltanto grazie.
Grazie per averti incontrata.
Grazie per averti ritrovata.
Grazie per quel silenzio che mi insegnò che amare può significare anche rispettare e aspettare.
Grazie per quel caffè che non abbiamo mai bevuto.
Grazie per quei tre anni ancora.
Grazie per il vestito rosso.
Grazie per quella porta davanti alla quale, finalmente, non sono rimasto immobile.
Grazie per quel bacio.
Grazie per Parigi.
Grazie per la nostra casa.
Grazie per il nostro 19.
E grazie per avermi fatto scoprire, soltanto adesso, che il 19 era con me molto prima di diventare il nostro numero.
Era già nel mio nome.
19 maggio.
Sant’Ivo.
Forse il 19 non l’ho scelto io.
Forse è lui che, da sempre, ha scelto me.
Ma per diventare davvero importante aveva bisogno di te.
Buon 19 settembre, Elena.
Buon sesto anniversario, amore mio.
La cassaforte è aperta.
E dentro non c’è più un segreto.
Ci sei tu.
Elena.
Michou.
E con te,
tutto il mio cuore.
13/09/2026
Stamattina mi sono svegliato con una sorpresa che, lo confesso, mi ha emozionato: 322.000 visualizzazioni su Instagram per questa foto.
Trecentoventiduemila.
Un numero che faccio quasi fatica a immaginare.
Nella fotografia si vede Elena. E, dietro di lei, appena un pezzo della mia Ferrari.
Ma forse ho capito perché siete stati così tanti a fermarvi su questa immagine.
Perché la vera Ferrari è davanti. ❤️
È Elena.
È lei il motore più prezioso che abbia incontrato nella mia vita: quello che non mi ha mai lasciato solo, che non mi ha mai lasciato a piedi e che, quando qualche salita sembrava troppo ripida, mi ha dato la forza per continuare.
Le Ferrari fanno sognare per il loro motore, la loro eleganza, la loro storia.
Ma io ho avuto un privilegio molto più grande: incontrare una donna capace di far ripartire il cuore.
Forse quelle 322.000 visualizzazioni non sono soltanto per una bella fotografia.
Mi piace pensare che, anche solo per qualche secondo, 322.000 sguardi abbiano riconosciuto una cosa semplicissima:
quando dietro una fotografia c’è un grande amore, si vede.
Grazie a tutti.
E grazie soprattutto a te, Elena,
la mia vera Ferrari.
Quella che non cambierei con nessun'altra al mondo.
Cari amici mancano 6 giorni all'apertura della cassaforte del mio cuore. Il Capitolo 19 sarà un poco lungo, ma chi avrà la pazienza di leggerlo fino in fondo non rimarrà deluso.
13/09/2026
Una serata davvero… MONDIALE!
Ci sono vittorie che entrano negli albi d’oro e altre che entrano nel cuore. Quella straordinaria avventura appartiene a entrambe le categorie.
Ritrovarci dopo quarant’anni, rivedere quei volti, ascoltare le stesse voci, ricordare episodi che credevamo sepolti dal tempo e scoprire invece che erano ancora lì, intatti, è stata un’emozione difficile da raccontare.
Per qualche ora non avevamo quarant’anni in più. Eravamo di nuovo quei ragazzi — e il loro medico — che insieme hanno viaggiato, sofferto, scherzato, avuto paura, sperato e infine alzato al cielo un titolo mondiale.
E a quella tavola c’erano davvero tutti. Anche Stefano “Bundi” Dal Lago, Toni Battistella e Pino Marchi. Perché gli amici possono lasciare una sedia vuota, ma non lasciano mai vuoto il posto che occupano nel cuore.
Per me, poi, c’è un grazie ancora più personale. A questa meravigliosa famiglia dell’hockey devo anche un pezzo della mia vita: a Maputo furono proprio quei ragazzi a tirarmi fuori dall’acqua quando rischiai di non poter raccontare tutto quello che sarebbe venuto dopo. Ieri sera, guardandoli, ho pensato ancora una volta: grazie per avermi salvato allora e grazie per avermi regalato, quarant’anni dopo, un’altra serata indimenticabile.
Abbiamo vinto dei Mondiali, è vero. Ma forse la vittoria più bella è essere ancora qui, dopo tanti anni, capaci di ridere delle stesse battute, raccontare gli stessi aneddoti e volerci ancora bene.
Grazie a chi ha reso possibile questo incontro e a tutti coloro che c’erano, fisicamente o nei nostri ricordi.
Quarant’anni dopo posso dirlo ancora con la stessa emozione:
FORZA AZZURRI! Sempre. 🇮🇹
Il vostro “Undicesimo”.
09/09/2026
73ª Sagra della Porchetta di Ariccia: un grande successo di tradizione, cultura e convivialità!
È stato un piacere contribuire con una relazione scientifico-divulgativa sulle proprietà nutritive della porchetta.
Lo storico dell’alimentazione ci ha raccontato da dove viene la porchetta.
Io ho cercato di spiegare dove va a finire!
Dalla storia alla biologia, un viaggio curioso e divertente che dimostra come anche la scienza possa incontrare la tradizione… soprattutto quando la tradizione è così buona!
Complimenti a tutti coloro che hanno reso speciale questa 73ª edizione.
Viva Ariccia, viva la tradizione e… viva la porchetta!
ARICCIA, SUCCESSO STRAORDINARIO PER LA 73ª SAGRA DELLA PORCHETTA IGP: TRE GIORNI TRA RECORD DI PRESENZE, GRANDE MUSICA ED ECCELLENZA ENOGASTRONOMICA - Meridiana Notizie Si è conclusa ieri sera tra gli applausi e uno spettacolare show di fuochi d’artificio la 73ª edizione della Sagra della Porchetta di Ariccia IGP. Per tre giorni, da venerdì 4 a domenica 6 settembre, il centro storico ariccino si è trasformato nel cuore pulsante dell’enogastronomia e della c...
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