Il Risveglio di Shakti • Yoga del Tocco

Il Risveglio di Shakti • Yoga del Tocco

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Risveglio e connessione al corpo: Ascolto,presenza,consapevolezza di come si muove la corporeita’ a tutti i livelli attrVerso l’arte del tocco.

La resa al piacere.

03/10/2026

Chi è che ha il desiderio di attraversare i propri confini?
Fermati un attimo prima di rispondere. Perché a volte la risposta non è così scontata.

Nel lavoro che faccio, tocco che aderisce ad un corpo, respiro che diventa uno— ho imparato a farmi questa domanda ogni volta che sento una soglia. Perché il desiderio di andare oltre non è sempre di chi ho davanti? A volte è mio. Vorrei accompagnarti un passo più in là, vedere quella porta aprirsi, ma chi lo sta chiedendo, in quel momento, sono io o sei tu?

E qui la confusione si allarga, perché confondo due parole che non sono la stessa cosa.

Il confine è la linea viva tra me e te. Si sposta, si comunica, si negozia — quanto vicino, quanto a lungo, quanto forte quella stretta. È una risorsa, non un muro.

Il limite è un'altra cosa. È il punto oltre il quale il corpo non regge più: il tuo, il mio. Non si negozia. O lo rispetti, o lo paghi.

Stare al limite suona come una vulnerabilità ma è un'informazione. Dice fin dove, adesso, non per sempre.

IL LIMITE NON È NEGATIVO. È negativo lo sguardo che pretende io non ne abbia — anche quando quello sguardo, travestito da desiderio di crescita, è il mio.

Quindi te lo richiedo, questa volta rivolta a te: chi ha davvero il desiderio di attraversare quel confine? Tu — o qualcuno che ha deciso, per te, che dovresti volerlo?

Alessia Lus

**raRitualeCachemire

30/09/2026

“Dare mi riesce facile, è ricevere che non so fare."
È la restituzione di Matteo, a conclusione della pratica.

Era arrivato con l'intento di ricevere, di lasciar andare il controllo, ma, appena sdraiato sul futon, il suo corpo faceva una gran fatica a lasciarsi raggiungere. La pratica si svolgeva in silenzio, a occhi chiusi, con l'attenzione al respiro. E io leggevo i segni che il corpo mostrava: il respiro corto e veloce, la muscolatura rigida, mandibola e bocca contratte….il corpo era in allerta. Sembrava aspettare un compito. Nessun segno di resa.

Poi, dentro un gesto lento e di cura, è arrivato il piac3r3. E con il piacer3, quasi subito, il bisogno di restituirlo. Come se quella cura e quell'amorevolezza avessero aperto un debito da saldare. Sotto, quasi un senso di colpa.

Il mio tempo ha un compenso, e quello è lo scambio. Ma dentro la pratica non c'è nulla da fare, nulla da conquistare. Ed è proprio questo che, per chi ha imparato che l'amore va meritato, risulta quasi insopportabile.

È una modalità appresa: si vale per quanto si dà. Cura, presenza, forza, disponibilità, per piacere all'altro. Il corpo deve sempre servire a qualcosa. *Per essere amato devo dare.*
E quando l'amore arriva senza aver fatto niente per guadagnarlo, il corpo non sa dove metterlo.

E’ una traccia che mostra dove hai imparato a stare. Un posto, appunto, non un'identità.
In un seminario sulla Ruota del Consenso di Betty Martin l'ho sentito chiaro che dare e ricevere non sono chi siamo, sono luoghi dove possiamo stare.

Negli studi sul Ta**ra del Kashmir, Spanda — la pulsazione vitale — viene descritta come un movimento che ha bisogno di vuoto, di spazio, per generare. Il corpo di Matteo era pieno: di compiti, di attese, di restituzioni. Ricevere, forse, comincia da lì. Dal fare spazio…..

Verso la fine della sessione, per qualche respiro, il corpo di Matteo ha smesso di aspettare che accadesse qualcosa.

Aderente al futon, respiro allungato…
Esisteva.

Alessia Lus



Prossimo evento in Dm👇

28/09/2026

Chi tocca COSA O CHI.

Penso a quante volte, oggi, il mio corpo è stato toccato come una cosa.
La gamba spostata da qualcuno perché pesa, perché ingombra. Il medico che mi palpa guardando lo schermo. L'abbraccio formale di un'amica distratta. E chi mi ama, a volte, mi tocca per *fare* qualcosa: rassicurarmi, darmi pi@cere, ottenere una risposta.

Anch'io mi tratto così. Mi spalmo la crema di corsa. Mi pizzico la pancia davanti allo specchio per controllare la superficie, non per sentirmi dentro.

Dalla famiglia, dalla scuola, dalla società ho imparato a usare il corpo come un oggetto: da gestire, correggere, rendere desiderabile, far funzionare il più a lungo possibile. Non è sbagliato. È parziale. Manca l'occhio interiore, quello che non guarda ma sente, e tiene insieme tutte le parti.

Nel Tantrismo Śaivita del Kashmir, questa separazione ha un nome: grāhaka e grāhya, chi afferra e ciò che è afferrato. Per Utpaladeva e Abhinavagupta, è una contrazione della coscienza, che per un momento dimentica di essere UNA.

In molti anni che pratico lo Yoga del tocco l'ho visto accadere sulla pelle, c'è una mano e c'è un corpo, poi la mano smette di fare e resta.
Ascolta ed a un certo punto non so più chi tocca e chi è toccato. Svanisce quel senso di separazione e accade una presenza che si riconosce da due lati,
pelle spalancata.

Questo è ciò che chiamo attivismo dell'amore. Un atto POLITICO. In una società che fa del corpo prodotto, prestazione e immagine, toccare qualcuno come un CHI e non come una COSA è disobbedienza: restituisce all'essere umano il suo valore di corpo senziente.

Comincio da me. Stasera appoggio una mano sul cuore, per incontrarmi al centro.

Alessia Lus

22/09/2026

Il corpo e' un atto di ribellione!
È uno spazio dove ogni storia,dal concepimento, resta inscritta, memoria implicita che vibra e si realizza attiva più e più volte, finche' quella lingua non emerge alla coscienza e suona libera di mostrarsi senza avere più paura di fa piedi sentire, di essere attraversata.. Se vuoi cantare la tua verita', ti aspetto a Firenze.

Alessia a Lus
www.ilrisvegliodishakti.com

19/09/2026

Cosa vuol dire allenare il contatto con il corpo?

Per me vuol dire avere la capacità di restare,
non quella di ricevere stimoli!

La maggior parte delle persone che arriva nel mio spazio confonde "sono abituato al contatto" con "sono stato toccato spesso".

Ma il corpo può essere toccato mille volte e non imparare niente, se ogni volta la mente era altrove.
Allenare il contatto vuol dire allenare la soglia di tolleranza alla presenza stessa — cioè quanto riesco a stare, senza scappare mentalmente, dentro una sensazione che non controllo e non sto producendo io.
Concretamente, per me ha tre livelli:

Il primo è sensoriale puro: notare la temperatura, la texture, la pressione, senza subito nominarla o giudicarla ("bello", "strano", "troppo"). È lì che entrano le indriya di cui parla , il mio insegnante Raffaele Torella — non sono canali passivi da riempire, sono facoltà che vanno esercitate, come un muscolo che si è atrofizzato perché la mente ha preso il sopravvento su ogni esperienza.

Il secondo è la tolleranza emotiva: il tocco, quando è vero, spesso fa emergere qualcosa — tenerezza, imbarazzo, voglia di ridere, tristezza improvvisa. Chi non è allenato scappa da quella reazione, la copre con una battuta, si irrigidisce, o passa all'azione (accarezza a sua volta, invece di ricevere). Allenarsi vuol dire restare nella reazione senza tradurla subito in qualcos'altro da fare.

Il terzo, il più difficile: lasciare che il tocco non porti da nessuna parte. Niente escalation, niente obiettivo, niente "e adesso?". Questo è ciò che manca quasi sempre — non la quantità di contatto nella vita delle persone, ma l'esperienza di un tocco che non deve produrre nulla, nemmeno un orgasmo, nemmeno una conclusione. Solo essere quello che è.

Quindi no, non è una questione di "toccarsi di più". Non è di natura quantitativa.

È una questione di rimanere più a lungo, con più attenzione e ascolto, dentro un contatto che dura molto meno di quanto potrebbe, di solito, proprio perché la mente lo interrompe prima ancora che il corpo abbia finito di sentirlo.

Questo per me è allenarsi al contatto,
questa è la mia pratica che trasmetto:
Lo yoga del tocco.

Alhamdulillah
Amen
Alessia Lus



A breve a Firenze 29/09 al 5/10

18/09/2026

Perché ho bisogno di contatto?

Me lo chiedo spesso, guardando le persone che arrivano nel mio spazio: vicinanza, affetto, umanità o cos'altro?

Il tatto, spiega la neuropsicologa Daniela Lucangeli, è il primo linguaggio che impariamo, ancora prima delle parole. Nel grembo materno sentiamo le carezze attraverso vibrazioni, e quelle vibrazioni parlano direttamente alla parte più antica del cervello. Quella prima carezza della madre verso il suo bambino non è un tocco qualsiasi. È totale. Attraverso di essa il cervello riceve un messaggio concreto:
“io sono con te", e rilascia ossitocina e dopamina, gli ormoni della fiducia e del piacere che imparano a riconoscere la sicurezza nel corpo.

Nel crescere, se non si allena il contatto con il corpo, via via ci si allontana da quella qualità. Oggi abbiamo in mano il telefono, il pc, parliamo con gli altri attraverso schermi, e ci stiamo disabituando persino allo sguardo, che è la soglia, l'anticamera di ogni contatto, prima ancora che ci si tocchi. È una carenza che si fa sentire, silenziosa, sotto pelle, si muove nell'inconscio.
E quando ci si tocca, spesso accade senza presenza, in fretta. Cosa sto davvero dicendo con quel gesto? È intimità, o è uno schema? Un incontro carico di tensione, di pensieri che ingombrano lo spazio, dove si vuole portare a casa un risultato, dimostrare di essere braviə. Un tocco senza presenza è un tocco senza verità, coperto da strati di difese che appartengono alla personalità, non al nucleo autentico che a volte non riusciamo a mostrare nemmeno a noi stessə.

Mille anni fa lo yoga del Kashmir aveva già un nome per questo. Gioia Lussana la chiama tattilità sonora: il tocco è l'energia del suono, e il suono, per essere vivo, ha bisogno di chi lo ascolta con tutto se stessə.

Ecco perché, a un certo punto, bisogna disimparare. Non il desiderio di contatto, quello è la nostra radice e forza selvatica ancestrale. Ma il modo automatico, distratto, in cui abbiamo imparato a darlo e a riceverlo, per ritrovare quella antica qualità di presenza da ricordare.

Alessia Lus
www.ilrisvegliodishakti.com
Prossimo evento in Dm👇

11/09/2026

COSA ACCADE QUANDO UNA MENTE•CUORE FERIT@ ARRIVA NEL MIO SPAZIO?
Una relazione finita da poco, uno strappo ancora aperto, la sensazione di aver perso un pezzo di sé insieme a quella storia. Il corpo, in quei momenti, si chiude, evita il contatto, si difende.

Ma sotto quella reazione c'è qualcosa di più antico che spinge verso la connessione: il tatto è il primo senso con cui veniamo al mondo, il primo modo con cui impariamo che esistiamo. Come scrive Abhinavagupta, maestro della tradizione del Kashmir medievale: "Posso sentirmi esistere se tocco qualcosa che mi permette di consapevolizzare che c'è qualcos'altro da me." Il corpo, anche congelato, cerca esattamente questo. Non un rimpiazzo dell'amore perso, ma conforto: il bisogno di essere accolti, ascoltati, contenuti in quello spazio, di sentirsi visti mentre si attraversa il lutto. La prova, attraverso il contatto con l'alterità, di esistere ancora.

In questo passaggio di dolore, arrivano in uno spazio dove nasce una relazione di verità, fatta di fiducia e alleanza, che però non chiede continuità. Non diventa amicizia, non scivola verso un'intimità €r0tica da coltivare fuori da lì. Ed è proprio perché quella relazione non deve andare da nessuna parte che il corpo si sente al sicuro, più disponibile e curioso, senza il rischio di essere ferito di nuovo.

In quello spazio, dove il tempo si dilata, la mente si fa permeabile. Il cuore congelato trova il permesso di riaprirsi. La rabbia per il fallimento, il senso di non essere stati all'altezza, la perdita di un pezzo di identità, tutto può restare, senza fretta di sparire. Sentirsi in diritto di prendersi il proprio tempo, di essere gentili con se stessi, senza la paura di non avere più altre possibilità.

È uno spazio sospeso. Una mente•cuore che sanguina ha bisogno di questo: nessuna aspettativa, nessun domani da risolvere. Solo la fiducia che il corpo, se lasciato in pace, sa ancora come tornare ad aprirsi.

Alessia Lus
www.ilrisvegliodishakti.com

06/09/2026

Torno da una settimana a Modena, e solo ora che sono libera dalla pratica trovo lo spazio per digerire quello che è accaduto e dare continuità al primo post che avevo condiviso la settimana scorsa.

Riprendo la domanda che spesse volte amic* mi fanno:
“Ma chi è che viene a praticare lo Yoga del Tocco?”

Sono persone apparentemente lontanissime tra loro, mondi identitari diversi, cisgender, fluidi, q***r, tante creature biodiverse. Ma quasi tutte sono accomunate da una spinta conoscitiva: la curiosità di capire cosa sia davvero il massaggio Ta**ra, in un “universo olistico” occidentale dove la gran parte dei massaggi “tantrici” sono, quasi sempre, prestazioni sessuali travestite da altro.

Chi arriva nel mio spazio non cerca quello. Mi ha letto e telefonato, ha già riferimenti chiari su chi sono: ci metto la faccia da anni, sui social, ho costruito credibilità nel tempo. Questo è già un gran filtro.

Negli ultimi due anni ho notato un fenomeno che è mio, lo dico come indagine personale: il mio target si è fatto più giovane, 25-40 anni, una fascia che fino a poco tempo fa era inferore . Dietro la loro curiosità conoscitiva, dietro il “voglio capire cos’è il tantra,” c’è altro: il sentirsi sconnessi dal corpo, sentirsi incapaci di essere intimi.
Perché la spinta non è solo teorica, non è solo mentale, è il desiderio di allargare la propria consapevolezza corporea, che sentono bloccata, o affamata, o semplicemente mai allenata.

Ma se scavo ancora, trovo qualcosa di più semplice e universale. Il massaggio tantrico è prima di tutto un massaggio. È un tocco, è connessione attraverso la tattilità, contatto.

E in un mondo così frenetico, questo apre un immaginario di: “mi do’ il permesso”, mi concedo un’ora, due ore, per staccare, per ritornare a me stess*, abitare il corpo.
Il Ta**ra amplifica quell’immaginario: sto in nudità, sto in libertà, lo faccio con una donna che lo fa’ da 11 anni e a cui posso anche chiedere che libro leggere, che percorso approfondire…..

Ma quella richiesta di voler sapere arriva dopo.
Prima c’è la qualità del tocco stesso, la profondità di quella trasmissione, ed è questo che amano ricevere creature così diverse tra loro: massaggio è tocco, tocco è corpo, e sono curiosi di capire cosa può fare, quel tocco, su di loro.

E allora torno sempre alla stessa immagine.
Il corpo è uno strumento musicale, molti di noi imparano a suonarlo e poi si fermano lì, due o tre accordi, la scala di Do, ripetuta per anni. Ma quello strumento ha una potenzialità enorme, se ce lo permettiamo.
Non si accorda con la testa.
Si accorda restando in connessione, in ascolto, in una ricettività diversa da quella che abbiamo sempre praticato.

Accanto a loro arrivano anche altre storie: chi porta un corpo che si chiude ancora per una ferita recente, chi è sposato da anni e ha smesso di sentirsi “toccato”, chi vuole solo disimparare tutto ciò che credeva fosse l’intimità. Ogni persona si prende un pezzettino di questo spazio. Ed è bellissimo, ogni volta, quello che accade.

Non sono una maestra ma ti conduco a Lavoro nel corpo, per il corpo, attraverso il corpo: lentezza, ascolto, il non voler fare per poter essere.

Alessia Lus
Www.ilrisvegliodishakti.com

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